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    <title>0cbbfc7a</title>
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    <description>discussione sul territorio, sul turismo, sulla qualità della vita</description>
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    <item>
      <title>BORGO DI GARBUGLIAGA</title>
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      <content:encoded>&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           E' sempre rischioso, senza il confroto di specialisti, avventurarsi nel tentativo di comprendere il significato del nome di un luogo.
           &#xD;
      &lt;br/&gt;&#xD;
      
           Per il nome "Garbugliaga" si potrebbe avanzare timidamente l'ipotesi di un legame con il vocabolo "garbuglio" (da un possibile tema "grov" "grav" "grab" "garb" che, secondo alcuni studiosi, sarebbe lo stesso all'origine dei vocaboli Groppo e gruppo, ad indicare il serrato intreccio di case che compongono il borgo.
           &#xD;
      &lt;br/&gt;&#xD;
      
           Suggestiva l'osservazione che le località con finale in "ago", "aga", "igo", "iga" possono corrispondere ad antiche proprietà agricole che si ritrovano in Italia dovunque si sono insediate popolazioni protoceltiche e galliche. A Suvero e Veppo, del resto, sono documentate tracce di antichi insediamenti liguri.
           &#xD;
      &lt;br/&gt;&#xD;
      
           La storia più recente di garbugliaga è strettamente connessa con quella di Beverone: entrambi infatti erano dipendenti dalla rettoria di Stadomelli, antico distretto del vescovo di Luni. Beverone e Garbugliaga dovettero dunque essere presidi del vescovo di Luni sopra le terre dell'abbazia di Brugnato.
           &#xD;
      &lt;br/&gt;&#xD;
      
           Con il declino del potere temporale dei vescovi di Luni, Beverone e Garbugliaga passarono quindi sotto la signoria dei marchesi Malaspina di Villafranca cui rimasero sino all'arrivo dei francesi alla fine del XVIII secolo.
           &#xD;
      &lt;br/&gt;&#xD;
      
           Dopo la parentesi rivoluzioanria, il Congresso di Vienna attribuì i territori degli ex feudi malaspiniani al duca di Modena, per essere quindi aggregati, con l'Unità d'Italia, alla Provincia di Massa Carrara.
           &#xD;
      &lt;br/&gt;&#xD;
      
           Il Comune di Rocchetta di Vara, di cui è parte Garbugliaga, fu inglobato nella neonata provincia della Spezia dal 2 fennraio 1923.
           &#xD;
      &lt;br/&gt;&#xD;
      
           L'attuale chiesa parrocchiale, dedicta a Sant'Anna e San Remigio fu edificata nel 1661 dalla famiglia Podestarelli di Cavanella di Vara. La dedica a San Remigio potrebbe mantenere memoria di un antico rifugio dedicato ai pellegrini francesi diretti a Roma, lungo una delle numerose possibili varianti della via Francigena.
           &#xD;
      &lt;br/&gt;&#xD;
      
           Il prim maggio 1926, per intervento del sacerdote don Giovanni Borsi, nativo di Garbugliaga e parroco di Avenza, Gabugliaga divenne parrocchia. il 17 settembre 1950 alla parrocchia fu annesso l'oratorio di Forno, dedicato alla Beata Vergine dei sette dolori, noto anche come Oratorio di Santa Croce.
           &#xD;
      &lt;br/&gt;&#xD;
      
           Sino al 1959 la parrocchia appartenne alla diocesi di Massa, poi denominata Apuania.
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           DAL SITO DEL COMUNE DI Rocchetta di Vara
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
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      <pubDate>Sat, 20 May 2023 18:10:13 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>Castello di Godano</title>
      <link>https://www.varatravel.it/castello-di-godano</link>
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      <content:encoded>&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  &lt;h3&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      &lt;span&gt;&#xD;
        
            Tratto da: Catalogo Generale dei Beni Culturali - Beni archeologici
           &#xD;
      &lt;/span&gt;&#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/h3&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           per saperne di più collegati alla pagina del catalogo dei beni culturali con il link seguente
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Castello e borgo di Godano (insediamento borgo) in www.catalogo.beniculturali.it
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      &lt;br/&gt;&#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      &lt;br/&gt;&#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           SESTA GODANO, 
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           ca XIII - ca XVII 
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Il castello di Godano è stato oggetto di indagini archeologiche condotte tra il 2014 e il 2015, in occasione di interventi di riqualificazione e valorizzazione della rocca sommitale. Gli esiti delle attività di scavo, che hanno riportato in luce la cinta muraria e l’articolazione dello spazio al suo interno, hanno permesso di ricostruire le principali fasi di occupazione e di trasformazione dell’impianto fortificato. Coerentemente con le prime attestazioni contenute nelle fonti documentarie, la fondazione della rocca sommitale è attribuibile al secolo XIII, quando la fortificazione gravitava nell’orbita dei Malaspina. L’impianto era costituito da una cinta difensiva poligonale, realizzata in bozze di calcare e arenaria disposte su filari regolari, che racchiudeva alcuni ambienti addossati al recinto. Nel corso del Trecento la rocca venne dotata di una cisterna, situata alla base di una torre quadrangolare, oggi abbattuta, e successivamente interessata dallo svolgimento di una particolare attività produttiva. Lo scavo ha infatti rivelato come la fortificazione divenne, tra il XV e gli inizi del XVI secolo, sede di una zecca clandestina, volta alla falsificazione di monete genovesi e/o milanesi. I principali indicatori di questa attività sono rappresentati da tondelli non coniati, lamine in lega di rame e lingotti in piombo argentifero, rinvenuti nel corso dello scavo. Nel Cinquecento avanzato, quando parte della rocca era stata distrutta e Godano aveva giurato fedeltà a Genova, la continuità di utilizzo del sito è testimoniata dall'allestimento di un punto di avvistamento militare, costituito dalla torre con cisterna e da altre strutture murarie ad essa correlate, oltre che da un contrafforte esterno alle mura e da uno spazio acciottolato con copertura lignea, di cui sono state rinvenute le buche per i pali di sostegno. Tale assetto si mantenne invariato fino al XVII secolo, quando sembra venire meno la funzione difensiva dell’impianto. Tra la fine del Settecento e l’Ottocento il sito è interessato dall'allestimento di orti e quindi dall'approntamento di una postazione militare tedesca nel corso del Secondo Conflitto Mondiale. In una fase successiva allo studio della rocca è stata condotta un’indagine preliminare di archeologia dell’architettura che ha interessato il borgo sottostante, con l’intento di acquisire una prima serie di dati in merito a eventuali sopravvivenze murarie di età medievale. Lo studio preliminare, nonostante i limiti di leggibilità delle murature, ha permesso di individuare alcuni settori dell’abitato di particolare interesse, prospettando un elevato potenziale informativo che potrà essere più approfonditamente valutato in occasione di future indagini. Tra le evidenze più rilevanti si segnalano tratti di muratura con orientamento nord-sud inglobati nel più tardo muro di perimetrazione del borgo, sul lato occidentale, o in successive espansioni dell’abitato, le cui caratteristiche tecnico-costruttive – accostabili a quelle della cinta del castello – e la particolare collocazione topografica lasciano identificare con le tracce residue di una cinta muraria tardo medievale posta a protezione del borgo. In relazione allo stesso sistema difensivo sono interpretabili i resti di un piccolo corpo di fabbrica a pianta quadrangolare ubicato lungo il medesimo allineamento e privo di aperture alla base, nel quale sembra plausibile individuare una torre di fiancheggiamento. Ulteriori evidenze murarie, che forniscono preziose informazioni circa l’assetto insediativo dell’abitato tra il tardo Medioevo e la prima Età Moderna, sono state inoltre individuate negli scantinati di alcuni edifici interni al circuito fortificato
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      &lt;br/&gt;&#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
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      <pubDate>Sun, 14 May 2023 21:05:02 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>Le tante meraviglie di Rocchetta</title>
      <link>https://www.varatravel.it/i-tesori-di-rocchetta-di-vara</link>
      <description />
      <content:encoded>&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  &lt;h3&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Giorgio Pagano - 9 ottobre 2022 - Città della Spezia
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/h3&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://irp.cdn-website.com/81f90613/dms3rep/multi/FFB2FD16-6866-4719-B9CC-71BAB46CEBBA.jpeg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           LA CHIESA DI SANTA GIUSTINA E PALAZZO VINCIGUERRA
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      &lt;br/&gt;&#xD;
      
           Salgo a Rocchetta Vara con l’amico Tonino Marcobello – “guida ideale” per la visita di una bellissima zona dell’Alta Val di Vara, come si capirà leggendo l’articolo – e mi accoglie la parete rosata della cava di diaspro che si impone alla vista di chi raggiunge Rocchetta salendo da Brugnato. L’attività di estrazione mineraria era opera della famiglia Vinciguerra, imprenditori del Settecento protagonisti di una importante trasformazione del paesaggio agrario e dell’economia locale.
           &#xD;
      &lt;br/&gt;&#xD;
      
           A Rocchetta la visita al settecentesco palazzo Vinciguerra è d’obbligo. Ma prima entriamo in chiesa. Ci aspetta l’amico don Mario Perinetti, che ci fa da guida. La chiesa, dedicata a Santa Giustina, doveva essere, originariamente, una cappella del palazzo. Un altro amico, Piero Donati, mi aveva consigliato di ammirare il crocifisso ligneo del XVI secolo, e non sbagliava. E’ sopra l’altare maggiore, forse proviene dalla vecchia parrocchiale, andata distrutta. Ma vanno visti anche il coro ed altre opere.
           &#xD;
      &lt;br/&gt;&#xD;
      
           Saluto don Mario, che va in giro a curare le sue tante parrocchie e strutture sociali, augurandogli di arrivare fino a 129 anni, come Nicolò Vinciguerra, il parroco suo predecessore a Rocchetta, dal 1701 al 1803. Morì mentre stava predicando. Don Mario sorride, mentre mi organizza l’apertura di tutte le altre chiese del Comune lungo la giornata. Il palazzo Vinciguerra è veramente di notevole interesse. E’ un organismo architettonico complesso, realizzato in più fasi da collocarsi tra i primi decenni del Settecento e i primi dell’Ottocento, su una precedente struttura medievale. Sul livello più basso ci sono cantine e depositi; poi il piano nobile, con i due saloni di rappresentanza; infine la grande cucina eil sottotetto. Nei saloni si intravede l’antico splendore, pur nell’assenza dei mobili, tutti venduti: i decori alle pareti, le pitture. Scene di caccia o di pesca, ambientate nei pascoli della Val di Vara o nelle sponde del Golfo, paesaggi di città e marine della nostra zona.
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Un’allegoria raffigurante Bacco. E l’ultimo piano con volte incannicciate, assemblate da bravissimi maestri d’ascia. Il palazzo è in parte restaurato, in parte no. Ed è un vero peccato, perché potrebbe diventare un centro culturale e di aggregazione importante. Fabrizio Gavini, consigliere comunale incaricato dal sindaco Roberto Canata a farci da guida, ci spiega il tentativo, andato a vuoto, di finanziare il progetto di restauro con il PNRR, andato a vuoto. Bisogna ritentare.agr
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      &lt;br/&gt;&#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           ...
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           BEVERONE
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Della chiesa di Beverone, dedicata a San Giovanni Decollato, si sa poco. Certamente è in una posizione straordinaria, con una vista meravigliosa su Val di Vara e Val di Magra, fino al mare. Il piccolo borgo in “cauzina” è suggestivo. Vi nacque, nel 1871, Tommaso Beverinotti, avvocato, laureato a Pavia, personaggio di una certa importanza in Lunigiana e in Toscana: regio procuratore, deputato toscano... E’ sepolto a Firenze. Sergio Antognelli ha trovato molti documenti. Spero che la ricerca possa proseguire grazie a chi ha altre notizie o è comunque interessato. Di grande fascino, nei dintorni di Beverone, sono l’oratorio di Sant’Andrea a Forno di Borseda e la chiesetta di Garbugliaga, dedicata a Sant’Anna e a San Remigio.
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      &lt;span&gt;&#xD;
        
             
           &#xD;
      &lt;/span&gt;&#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      &lt;br/&gt;&#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           VEPPO E BOCCHIGNOLA
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           A Veppo – composto da più frazioni – meritano una visita l’oratorio di Santa Lucia e la chiesa di San Michele Arcangelo. Il palazzo Zucchini-Zannelli, settecentesco, è privato e si può ammirare dall’esterno. Ma la meraviglia di Veppo è l’antica chiesetta di Bocchignola (la vedete nella foto in alto), le cui prime notizie risalgono al 1261. L’attuale presenta ancora una parte della struttura antica. All’ingresso ci aspettano Silvano Biggeri, il fabbriciere, Ezio Rebecchi e Mario Astraldi. Quest’ultimo è una mia vecchia conoscenza, e mai mi sarei aspettato di trovarlo qui. Ingegnere, andato in pensione, si è trasferito in campagna. Le guide mi spiegano che da Bocchignola parte il sentiero “la via dei morti”, che conduce nello Zerasco, a ulteriore dimostrazione degli storici rapporti tra la Val di Vara e questa parte di Lunigiana. Basta andare una volta alla festa della Madonna del Dragnone, ad esempio, per rendersene conto. Si racconta che a Bocchignola si seppellissero i morti, persino dei paesini dello Zerasco, Bosco e Rossano in particolare. Nella metà degli anni Sessanta, durante gli scavi per la costruzione della strada provinciale Veppo-Calice, che costeggia proprio la chiesetta di Bocchignola, furono rinvenute numerosissime ossa umane proprio a fianco e davanti a essa. Si tramanda pure che, agli inizi del secolo scorso, a seguito dei restauri all’edificio, fossero già venuti alla luce numerose ossa umane. Ora si parla di una nuova campagna di scavi. Le nostre “guide” ci parlano dello sviluppo turistico a Veppo: bed &amp;amp; breakfast, agriturismi, case vacanza. Astraldi ha ristrutturato una casetta. E’ sempre piena. I turisti, mi spiega, vengono da Paesi stranieri per le Cinque Terre: ci vanno uno, due giorni, poi, spaventati dalla gran confusione, passano tutti gli altri giorni a camminare in campagna e in montagna, salendo all’Alta Via dei Monti Liguri (il passo dei Casoni è il punto più vicino). Ma non c’è solo il turismo, mi dice il sindaco Canata: “A Veppo ci sono giovani che hanno deciso di tornare a vivere in paese, altri che vengono appositamente per mettere su allevamenti e aziende agricole. A Veppo si allevano capre e pecore, si coltiva frutta, ortaggi, mais. In tutto il Comune le aziende di allevamento e/o agricole sono una ventina. Si mantiene quel che c’è e si recuperano anche zone abbandonate. E’ difficile, ma ce la si può fare”.
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      &lt;br/&gt;&#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           SUVERO
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           A Suvero, qualche giorno dopo, visitiamo la chiesa di San Giovanni Battista, dove si può ammirare, tra l’altro, murato sulla parete sopra l’altare della cripta, un bel bassorilievo marmoreo, datato 1497, che raffigura la Vergine Maria con Gesù bambino tra angeli musicanti. Un’opera molto simile si trova nella chiesa parrocchiale di Fosdinovo e si ritiene che sia della mano dello stesso anonimo artista. Ma Suvero è tante altre cose. Il borgo cinquecentesco. Il suo splendido panorama, con il monte Dragnone e lo Zignago davanti, e sullo sfondo le montagne dell’Alta Via, dal Gottero al Penna. Il rosso del tramonto, e il rosso delle felci sulle montagne dell’Alta Via sopra Suvero, tra il passo dei Casoni e il passo del Rastrello. Suvero, inoltre, è il castello cinquecentesco dei Malaspina, che vedete nella foto in basso. Tonino è una guida preziosa anche perché è il marito di Antonella Romani, una delle cinque proprietarie del castello. I Romani ne entrarono in possesso a inizio Ottocento, grazie a un matrimonio. Antonella mi accompagna nei due piani, con cantine e alcune stanze sotterranee, tra cui una grande cisterna circolare per la raccolta dell’acqua piovana. Belli in particolare l’atrio, con lo scalone in pietra, e la sala rotonda al primo piano, con volta a ombrello e camino decorato con grifoni a reggere lo stemma malaspiniano. “C’erano dei passaggi sotterranei – mi spiega Antonella – sotto al giardino, che portavano direttamente alla chiesa. Venivano utilizzati anche come ghiacciaia. Poi sono stati murati”. Nel castello fu realizzata anche la prima scuola del paese, dove insegnò la nonna di Antonella e della sorella Emilia. Gli arredi sono andati per lo più perduti, ma qualcosa è rimasto. “Non è semplice mantenere un castello, ha bisogno di continue attenzioni. Ma lo facciamo anche perché è un simbolo per la comunità”, mi dice Antonella. In paese c’è un ostello: ma è chiuso, va ristrutturato, mi spiega il sindaco. E’ un’altra priorità, se si punta sul turismo. C’è il Cuccaro, nella pineta sopra Suvero: albergo e ristorante aperto tutto l’anno, attira soprattutto turisti stranieri. E poi, anche qui, bed &amp;amp; breakfast, agriturismi, case vacanza. Suvero si sta riconvertendo: non è più il luogo di “villeggiatura” per gli spezzini, come negli anni Sessanta. Ma comunque gli spezzini vengono ancora. Il giro prosegue. Vediamo l’oratorio di Santa Maria della Neve, legato al castello. Soprattutto visitiamo stalle e aziende agricole, per capire meglio l’altro “asse” del passato e del futuro di Rocchetta Vara. Facciamo una parte del cammino di “Stalle aperte”, bellissima iniziativa voluta dall’ex sindaco Riccardo Barotti, ripresa quest’anno dopo la pandemia. Un percorso che spazia tra storia, gastronomia e coscienza naturalistica. A Borgo, vicino a Suvero, e al Canale della Bassa, vicino a Fontana Fredda, ci sono le stalle della famiglia Volpi, Raffaele, novant’anni, e il figlio Roberto. Mucche e vitelli. A Goledo le pecore. I Volpi mi spiegano la “psicologia” degli animali. E mi fanno vedere le foto degli animali sventrati dai lupi, la loro grande preoccupazione. La famiglia è anche “custode” del grano bianco di Suvero: un’antica coltura autoctona, un grano molto alto e chiaro. Anche la vite è autoctona, di origine medievale. Mentre visitavo il castello, e assaggiavo il vino vecchio, Tonino controllava in cantina se il vino nuovo “bolliva”. Vorrei tornare sia per la trebbiatura che per la vendemmia. “Lavorare la vite è duro – mi dice Tonino – ma una giornata di sole all’aperto, d’inverno, con questo paesaggio attorno, gli uccelli, gli animali, non ha prezzo”. Poi saliamo alla Pineta, un’oasi di refrigerio quando è caldo. Vediamo la colonia fondata da padre Dionisio, utilizzata d’estate, presso il “Prato della Signora”. C’è anche un monumento a lui dedicato. Ammiriamo, a Pirolo, una quercia monumentale. Scendiamo verso Fontana Fredda, dove c’è un agriturismo, e poco lontano una casa che fu per qualche mese, durante la Resistenza, sede del Comando della IV Zona operativa. Mi adopererò per una targa. Qui, al confine, con Zignago, visito un’altra stalla. La gestisce Marina Menini con il marito Maurizio. Ha una novantina di capre e dieci mucche. Anche le capre hanno i nomi, sono affettuose come i cani, mi spiegano. La più vecchia si chiama Tartaruga, rumina male perché ha problemi ai denti. Va quasi imboccata, poverina. Il formaggio è ottimo, assicura Tonino, sia molle che stagionato, e gli credo. Ma purtroppo non è stagione. Inoltre con la pandemia la produzione si è fermata, speriamo che riprenda.
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           I CASONI
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Ai Casoni vado spesso per camminare verso il Rastrello o i monti Civolaro e Compigliolo, e qualche volta per pranzare alla trattoria dei Cacciatori. Questa volta sono voluto andare alla Ghiacciarna. Il crinale dei Casoni è uno dei santuari della lotta di Resistenza. Presso il podere della Ghiacciarna ebbe sede il Battaglione, poi Brigata “Val di Vara” della Colonna Giustizia e Libertà, al comando di Daniele Bucchioni “Dany”. La zona fu teatro di due violenti rastrellamenti nazifascisti, coraggiosamente respinti dai partigiani di “Dany”: quello del 3 agosto 1944 e quello dell’8 ottobre 1944. Nel periodo tra il 20 marzo e il 20 aprile 1945, la Brigata “Val di Vara” provvide al reclutamento di civili per la costruzione di un campo di atterraggio per aerei nella zona di Ghiacciarna. Il campo era lungo 230 metri e largo 100. Sono andato a vederlo com’è oggi: si prestava veramente, “Dany” aveva capacità militari non comuni. Da questi crinali, la Brigata “Val di Vara”, il 21 aprile 1945 scese a valle per liberare Aulla dall’occupazione nazifascista.
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Rocchetta è il Comune della Ghiacciarna, dei Casoni, di Beverone, di Fontana Fredda, dei gruppi partigiani formatisi a Suvero e a Veppo, che poi si trasferirono ai Casoni. E’ il Comune in cui caddero molti partigiani: a Garbugliaga, ai Casoni, a Veppo, a Stadomelli. E’ il Comune in cui fu celebrato, a Suvero, il funerale di Ermanno Gindoli, eroe della Resistenza giellista. E’ il Comune in cui ci fu il sostegno morale prima ancora che materiale fornito dalle sue genti ai partigiani: un bene inestimabile, senza il quale i partigiani non ce l’avrebbero mai fatta. Sostegno del mondo contadino, in particolare delle sue donne.
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Dedico questo articolo alle donne contadine sostenitrici dei partigiani che ho intervistato per il libro “Sebben che siamo donne. Resistenza al femminile in IV Zona operativa, tra La Spezia e Lunigiana”: Rina Rebecchi di Veppo, Ester Drovandi di Garbugliaga, Alba Franci di Cavanella di Beverino, al confine con Stadomelli, Celeste Maria Ferrari di Forno di Beverone, Maria Ruffini di Garbugliaga, Maria Zelmina Moscatelli di Suvero.
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Concludo – non potrei fare altrimenti – con Amelio. Questo è un brano di un suo intervento, scelto per la targa a Beverone:
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           “La fiducia nel futuro non ci deve mai abbandonare! Altrimenti non avrebbe avuto senso battersi come ci siamo battuti, fino a morire. Soprattutto mi rivolgo ai giovani, ai ragazzi che oggi hanno l’età che allora avevamo noi. Vedete, noi non volevamo solo liberare l’Italia dai nazifascisti impedendo le violenze, i soprusi, le atrocità che infliggevano alla nostra gente. Noi avevamo un sogno: costruire un paese migliore, un mondo dove a ciascun uomo fosse data la possibilità di vivere in Pace, nel pieno rispetto dei valori che devono caratterizzare ogni essere umano. Non è un caso, allora, che questi principi si ritrovino tutti nella nostra amata Costituzione, che perciò dobbiamo considerare come l’aspetto più prezioso della nostra Libertà. Essa è il bene più grande per cui ci siamo battuti”.
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      &lt;br/&gt;&#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      &lt;br/&gt;&#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      &lt;br/&gt;&#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      &lt;br/&gt;&#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      &lt;br/&gt;&#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <enclosure url="https://irp.cdn-website.com/81f90613/dms3rep/multi/614212FC-7316-483B-A63C-6C3ABE272D07.jpeg" length="121644" type="image/jpeg" />
      <pubDate>Fri, 05 May 2023 20:03:38 GMT</pubDate>
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        <media:description>main image</media:description>
      </media:content>
    </item>
    <item>
      <title>Museo della brigata partigiana "Val di Vara"</title>
      <link>https://www.varatravel.it/museo-della-brigata-partigiana-val-di-vara</link>
      <description />
      <content:encoded>&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  &lt;h3&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      &lt;span&gt;&#xD;
        
            Una parte fondante nella nostra storia protetta dall'antico maniero.
           &#xD;
      &lt;/span&gt;&#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/h3&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://irp.cdn-website.com/81f90613/dms3rep/multi/1DC72382-886A-4ECE-9B89-EDA3E00EE6BB-d19261c0.jpeg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      &lt;span&gt;&#xD;
        
            Il Museo della Brigata Val di Vara, che sorge all'interno del Castello Doria Malaspina di Calice al Cornoviglio, racconta, appunto, la storia di quella formazione partigiana che operò nell'area durante la guerra di liberazione, aderendo alla Colonna Giustizia e Libertà nella IV Zona Operativa. E' un percorso molto istruttivo che mette insieme diversi cimeli come divise, armi, oggetti di vita quotidiana dei giovani combattenti per la libertà. Sono inoltre fruibili alcuni video e, in apposite bacheche, sono conservati documenti molto interessanti.
           &#xD;
      &lt;/span&gt;&#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      &lt;span&gt;&#xD;
        
            Il museo è dedicato al suo comandante Daniele Bucchioni "Dany", il quale ha fortemente voluto il museo e, purtroppo, è scomparso pochi giorni prima della sua inaugurazione.
           &#xD;
      &lt;/span&gt;&#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Di seguito riportiamo l'articolo sul Battaglione Val di Vara di Maria Cristina Mirabello tratto dal sito dell
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           '
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
    &lt;a href="https://www.isr﻿laspezia.it/strumenti/lessico-della-resistenza/battaglione-val-di-vara/" target="_blank"&gt;&#xD;
      
           Istituto Storico della Resistenza della Spezia
          &#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      &lt;span&gt;&#xD;
      &lt;/span&gt;&#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      &lt;br/&gt;&#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           https://www.isrlaspezia.it/strumenti/lessico-della-resistenza/battaglione-val-di-vara/
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      &lt;br/&gt;&#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      &lt;br/&gt;&#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;h2&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           BATTAGLIONE VAL DI VARA
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/h2&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           A cura di Maria Cristina Mirabello
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Premessa
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      &lt;br/&gt;&#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           I
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           l Battaglione “Val di Vara” appartiene alla 
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
    &lt;a href="https://www.isrlaspezia.it/strumenti/lessico-della-resistenza/colonna-giustizia-e-liberta/" target="_blank"&gt;&#xD;
      
           Colonna “Giustizia e Libertà”
          &#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           , che si forma precocemente nello Spezzino, avendo in principio i suoi due punti di forza a Torpiana di Zignago e nel Calicese.
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Origini del Battaglione “Val di Vara”
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      &lt;br/&gt;&#xD;
      
           Già all’8 settembre 1943, con lo sbandamento dei soldati alla notizia dell’armistizio e con il loro rientro a casa, troviamo da subito nel Calicese molteplici attività di raccolta armi e aiuto ai soldati.
           &#xD;
      &lt;br/&gt;&#xD;
      
           Si formano inizialmente tre gruppi: uno in Località Borseda (con Ferdana, Garbugliaga, Beverone) comandato da Aldo Bucchioni, uno in Località Debeduse (con Lavacchio Terrugiara e Vicchieda) comandato da Amedeo Paita e Carlo Calorini, e uno in Località Villagrossa comandato da Ugo Tarantola, allargatosi poi a Santa Maria (con Lino Masini), Molunghi (con Salcino Simonetti), Calice-Campi-Nasso (con Giovanni Ceragioli, futuro Commissario della 
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
    &lt;a href="https://www.isrlaspezia.it/strumenti/lessico-della-resistenza/1a-divisione-liguria-monte-picchiara/" target="_blank"&gt;&#xD;
      
           Ia Divisione Liguria-Picchiara
          &#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
            e Gino Paita), Suvero (con Silvio Romani), Veppo e Casoni (con Luisito Rebecchi), Castiglione Vara (con Eriberto Pagano).
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Gli aderenti di Borseda, Debeduse e Villagrossa, partecipano al primo incontro di coordinamento, che ha luogo presso il cascinale Buscini, in località Debeduse, già il 19 ottobre 1943: promotore e coordinatore dell’incontro stesso è il Tenente Daniele Bucchioni.
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Si muove anche la frazione di Madrignano con Emilio Del Santo, Abele Bertoni e Dino Batti; Piana Battolla, ove operano Carlo Sardi, Dino Canese, Primo Galasso, Giovanni Terribile, Umberto Battolla, Nino Valeriani, Follo e Pian di Follo, dove esplicano un’intensa attività il capitano Orazio Montefiori (“Martini”)
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
    &lt;a href="https://www.isrlaspezia.it/strumenti/lessico-della-resistenza/battaglione-val-di-vara/#nota1" target="_blank"&gt;&#xD;
      
           [1]
          &#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           , Fernando Chiappini, collegatisi poi con il movimento già sorto a Vezzano Ligure
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
    &lt;a href="https://www.isrlaspezia.it/strumenti/lessico-della-resistenza/battaglione-val-di-vara/#nota2" target="_blank"&gt;&#xD;
      
           [2]
          &#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           , mentre a Valeriano troviamo Amelio Guerrieri
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
    &lt;a href="https://www.isrlaspezia.it/strumenti/lessico-della-resistenza/battaglione-val-di-vara/#nota3" target="_blank"&gt;&#xD;
      
           [3]
          &#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           . Particolare incidenza assume in questo quadro la figura di 
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
    &lt;a href="https://www.isrlaspezia.it/wp-content/uploads/2014/11/Follo-Borelli-don-Carlo-piazza.pdf" target="_blank"&gt;&#xD;
      
           don Carlo Borelli
          &#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           , parroco di Follo Alto, che diventerà poi cappellano di “Giustizia e Libertà”. Sempre a Follo-Bastremoli va ricordata la figura di Agostino Bronzi, insigne militante socialista che in questo momento lì risiede.
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Alla data del 20 marzo 1944 il gruppo che ruota intorno a Daniele Bucchioni “Dany” riconosce come riferimento il Comando di Torpiana (vedi Colonna “Giustizia e Libertà” nell’Organigramma di partenza) con cui prende contatti tramite fondamentalmente il ragioniere Giuseppe Grandis (“Gisdippe”) che sta a Vezzola, compie azioni assalendo la Caserma dei Carabinieri di Calice, dove si impossessa di una mitragliatrice Breda calibro 8 e di alcune cassette di munizioni, prosegue la collaborazione con Orazio Montefiori per Follo.
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Nel maggio 1944 entra in clandestinità anche Blandino Blandini “Tigre”, appartenente ad una formazione madrignanese. Nel maggio 1944 il partigiano Cirillo Palladini, degente nell’Ospedale del Felettino-La Spezia, gravemente ferito ed in attesa di essere fucilato, viene prelevato da un “commando” inviato da Bucchioni e diretto da Carlo Mazzoni di Lerici: è operato in circostanze eccezionali all’ombra di una quercia ai Casoni (e salvato) dal dott. Umberto Capiferri
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
    &lt;a href="https://www.isrlaspezia.it/strumenti/lessico-della-resistenza/battaglione-val-di-vara/#nota4" target="_blank"&gt;&#xD;
      
           [4]
          &#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           .
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Nel giugno 1944 i nuclei di Madrignano, Suvero, Follo, Piana Battolla e Veppo, con l’aggiunta di ulteriori forze provenienti da Vezzano e ancora da Follo, si trasferiscono a Ghiacciarna, in montagna, a 959 m., presso il valico dei Casoni, sulla mulattiera proveniente da Villagrossa.
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Sempre a giugno, fra il 18 e il 19, Daniele Bucchioni e 
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
    &lt;a href="https://www.isrlaspezia.it/wp-content/uploads/2014/11/Calice-Lett-Gordon-via.pdf" target="_blank"&gt;&#xD;
      
           Gordon Lett
          &#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           attaccano il castello di Calice e, sebbene l’attacco non riesca, il presidio fascista rimane assediato e non può uscire, per cui il Comando Militare fascista spezzino fa ritirare successivamente il presidio stesso dalla località.
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           E’ questa la fase in cui la Brigata d’Assalto Lunigiana, precedente diretto e nucleo fondante della Colonna G.L., è già strutturata in compagnie: fra esse quelle che diventeranno in seguito, con vari assestamenti, il Battaglione “Val di Vara”
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
    &lt;a href="https://www.isrlaspezia.it/strumenti/lessico-della-resistenza/battaglione-val-di-vara/#nota5" target="_blank"&gt;&#xD;
      
           [5]
          &#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           .
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Quando a fine luglio 1944 viene a compimento il processo di aggregazione delle formazioni patriottiche combattenti attraverso la creazione della Ia Divisione Liguria e si costituisce un Comando Unico, la neonata Divisione Liguria comprende la 
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
    &lt;a href="https://www.isrlaspezia.it/strumenti/lessico-della-resistenza/brigata-garibaldi-cento-croci/" target="_blank"&gt;&#xD;
      
           Brigata “Centocroci”
          &#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           , la 
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
    &lt;a href="https://www.isrlaspezia.it/strumenti/lessico-della-resistenza/battaglione-m-vanni/" target="_blank"&gt;&#xD;
      
           Brigata Garibaldi “M. Vanni”
          &#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
            (già Battaglione “Signanini”), la 
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
    &lt;a href="https://www.isrlaspezia.it/strumenti/lessico-della-resistenza/brigata-garibaldi-a-gramsci/" target="_blank"&gt;&#xD;
      
           Brigata Garibaldi “A. Gramsci”
          &#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
            e il 
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
    &lt;a href="https://www.isrlaspezia.it/strumenti/lessico-della-resistenza/battaglione-matteotti-picelli/" target="_blank"&gt;&#xD;
      
           Battaglione “Picelli”
          &#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           . Della I Divisione viene a far parte anche la Brigata d’Assalto Lunigiana che ha da poco assunto la denominazione di Brigata o Colonna “Giustizia e Libertà” (comandata da Vero Del Carpio), qualificandosi chiaramente con il nome come formazione che si richiama al Partito d’Azione e al Movimento G.L.
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Fra luglio e agosto, la Brigata G.L., ormai divisa in sei compagnie, si allarga a dismisura e, nell’imminenza del rastrellamento del 3 agosto 1944, sul monte Picchiara si trovano fra 500 e 600 partigiani G.L.
           &#xD;
      &lt;br/&gt;&#xD;
      
           Nei giorni precedenti il rastrellamento la Colonna G.L. sta attuando e migliorando la struttura in sei compagnie che si è già data. In tale organigramma il Primo Battaglione, diviso in tre compagnie, a loro volta articolate in distaccamenti e squadre, vede la Prima compagnia agli ordini di Daniele Bucchioni “Dany”, la seconda agli ordini di Gino Paita e la terza agli ordini di Amelio Guerrieri. Comandante del Primo Battaglione è Orazio Montefiori “Martini”: egli è anche vice-comandante della Colonna e fissa il Comando in località Le piane di Cornoviglio
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
    &lt;a href="https://www.isrlaspezia.it/strumenti/lessico-della-resistenza/battaglione-val-di-vara/#nota6" target="_blank"&gt;&#xD;
      
           [6]
          &#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           .
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Dopo il drammatico rastrellamento del 3 agosto 1944
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
    &lt;a href="https://www.isrlaspezia.it/strumenti/lessico-della-resistenza/battaglione-val-di-vara/#nota7" target="_blank"&gt;&#xD;
      
           [7]
          &#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
            continua l’attività partigiana con attacchi ad autocolonne tedesche, asportazione presso Valeriano dai magazzini tedeschi di casse di bombe a mano, azioni di sabotaggio ed atti dimostrativi. Il Comando tedesco, preoccupato per l’intensa attività, decide allora un rastrellamento che investa tutta la zona.
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           E’ l’8 ottobre 1944: la prima Compagnia G.L. del “Val di Vara” è schierata nella zona compresa fra il Monte Bastia-Foce Borseda, per sbarrare arrivi da Rocchetta Vara. La resistenza partigiana si protrae fino a mezzogiorno, quando il nemico cerca di chiudere in una morsa i partigiani, aggirandoli. E’ in tale frangente che Bucchioni fa ripiegare le squadre più minacciate e si ferma per coprire la manovra con Piero Spezia: muore Piero Spezia
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
    &lt;a href="https://www.isrlaspezia.it/strumenti/lessico-della-resistenza/battaglione-val-di-vara/#nota8" target="_blank"&gt;&#xD;
      
           [8]
          &#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           , rimane ferito Bucchioni e muore successivamente Vincenzo Selvaggio, inviato come staffetta per avvertire il Comando del Battaglione di quanto accaduto. Il rastrellamento nel suo complesso, nonostante i due morti partigiani, non ottiene assolutamente l’effetto sperato dai nazi-fascisti.
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Il 26 ottobre 1944, Vero Del Carpio, Comandante della Colonna G.L. (che ammonta a 650 elementi), sanziona la nuova organizzazione della Colonna stessa in due Battaglioni (“Val di Vara” e “Zignago”) e nelle sei compagnie che di fatto esistono già
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
    &lt;a href="https://www.isrlaspezia.it/strumenti/lessico-della-resistenza/battaglione-val-di-vara/#nota9" target="_blank"&gt;&#xD;
      
           [9]
          &#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           . A capo del Battaglione “Val di Vara” è ancora Orazio Montefiori “Martini”, Commissario Politico è Ezio Giovannoni “Ezio I°”
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
    &lt;a href="https://www.isrlaspezia.it/strumenti/lessico-della-resistenza/battaglione-val-di-vara/#nota10" target="_blank"&gt;&#xD;
      
           [10]
          &#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           , vicecomandante è Daniele Bucchioni “Dany” che subentra a Montefiori però prima del rastrellamento del 20 gennaio 1945. La prima Compagnia è affidata a Daniele Bucchioni, la seconda a Luigi Carbonetto “Nizzi”, la terza ad Amelio Guerrieri “Amelio”. C’è anche un Plotone Carabinieri, un Plotone Esploratori, il Plotone “Ciccio” e il personale del Comando.
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           A Gennaio 1945 il Battaglione “Val di Vara” risulta infine così disposto: il Comando è situato a Villagrossa, Comandante è il Tenente Daniele Bucchioni (Dany)
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
    &lt;a href="https://www.isrlaspezia.it/strumenti/lessico-della-resistenza/battaglione-val-di-vara/#nota11" target="_blank"&gt;&#xD;
      
           [11]
          &#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           . La prima compagnia è stanziata sul monte Cucchero con plotoni e squadre a Villagrossa, S. Maria e Ghiacciarna; la seconda a Pietra Bianca con plotoni a Montereggio e a casa Pistona, la terza a Beverone. In questo momento la forza numerica del Battaglione “Val di Vara” è di 266 effettivi
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
    &lt;a href="https://www.isrlaspezia.it/strumenti/lessico-della-resistenza/battaglione-val-di-vara/#nota12" target="_blank"&gt;&#xD;
      
           [12]
          &#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           . A Piana Battolla, Pian di Madrignano-Pagliadiccio, Bolano-Ceparana, Calice al Cornoviglio e Castiglione Vara-Beverino sono presenti posti di polizia partigiana.
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Quando è ormai prossimo il grande rastrellamento del 
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
    &lt;a href="https://www.isrlaspezia.it/strumenti/materiali/" target="_blank"&gt;&#xD;
      
           20 gennaio 1945
          &#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           , ampiamente preannunciato dal Comando IV Zona Operativa, nel tentativo di porre in atto manovre preventive rispetto ad esso, il 18 gennaio muore per il battaglione “Val di Vara” il caposquadra Luigi Vega, viene ferito e catturato Alcide Paita e ferito gravemente Michele Esposito. Quanto al rastrellamento vero e proprio, che vede il riuscito sganciamento della maggior parte delle forze partigiane della IV Zona oltre il Gottero, la colonna “Giustizia e Libertà” combatte il giorno 20 gennaio dalle sue posizioni ma solo in parte valica il Gottero perché, nel caso del Battaglione “Val di Vara”, è dislocata troppo lontana da esso.
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Il “Val di Vara”, dopo avere combattuto alle Prede Bianche e nella zona di Beverone-Stadomelli, ripiega, o disperdendosi nei boschi di Calice o oltrepassando di notte il Vara per uscire dalla zona rastrellata. Amelio Guerrieri, comandante della terza compagnia, verso le due di notte del 21 gennaio, chiede al comandante di Battaglione, che con la prima compagnia copre la ritirata della terza, di poter andare oltre il Vara con 62 uomini, riunendo anche parte di altre Compagnie. Il Comando di Battaglione rimane nella zona di Borseda-Forno.
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Guerrieri arriva a Valeriano il 22 gennaio 1945 e vi concentra i partigiani. Ma la mattina del 26 il paese è circondato da preponderanti forze nazifasciste contro le quali i partigiani, guidati da Guerrieri e aiutati dalla popolazione, si battono, per ritirarsi poi verso il bosco. Muoiono in questa circostanza Giuseppe Morini e Silvio Maggiani.
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           In seguito al rastrellamento del 20 gennaio 1945, ma ormai a fine febbraio, Blandino Blandini (“Tigre”), vicecomandante della seconda compagnia, viene reso autonomo da essa e costituisce la quarta, distaccata a Montereggio, con posto di avvistamento a Madonna del Monte, inoltre a Villagrossa è istituita la quinta Compagnia e trasferita nella zona del Monte Cornoviglio-Prede Bianche. Comandata da Giuseppe Coselli (“Beppe”) viene usata come riserva e sono inquadrati in essa i partigiani di altre nazionalità.
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Ulteriori cambiamenti riguardano la terza Compagnia comandata da Amelio Guerrieri: poiché il secondo Battaglione della Colonna “Giustizia e Libertà” ha subito pesantissime perdite nel corso del rastrellamento del 20 gennaio1945 (v. 
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
    &lt;a href="https://www.isrlaspezia.it/strumenti/lessico-della-resistenza/battaglione-zignago/" target="_blank"&gt;&#xD;
      
           Battaglione “Zignago”
          &#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           ) ed è in via di ristrutturazione, Amelio Guerrieri con i suoi uomini lascia il 26 febbraio 1945 la postazione del Beverone (e il battaglione “Val di Vara”), trasferendosi sul Battaglione “Zignago”, al comando della quinta Compagnia. Il “Val di Vara” ricostituisce però la compagnia stanziata sul Beverone: composta da uomini provenienti da Piana Battolla e Follo è affidata al comando di Aldo Bucchioni, fratello di Daniele Bucchioni.
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Dopo il 20 marzo 21945 il Battaglione “Val di Vara” provvede anche alla costruzione di un campo di atterraggio a Ghiacciarna, utilizzato per due importanti lanci alleati di vestiario, viveri e soprattutto esplosivo.
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Nella fase finale il colonnello Fontana, comandante della IV Zona Operativa, convoca alle 18 del 21 aprile 1945 Daniele Bucchioni, comandante del battaglione “Val di Vara” e vice Comandante della colonna G.L., comunicandogli che alla sua formazione, in concomitanza con le avanguardie americane, è affidato il compito impegnativo di attaccare Aulla.
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Gli uomini del “Val di Vara”, convinti insomma di scendere sulla Spezia, sono invece chiamati ad altra operazione. Si muovono per conseguire l’ordine ricevuto le Compagnie, diventate nel frattempo Battaglioni perché la Colonna G.L. è stata assimilata a Divisione e il “Val di Vara” a Brigata (v. a tale proposito il Nota Bene in fondo alla Scheda 
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
    &lt;a href="https://www.isrlaspezia.it/strumenti/lessico-della-resistenza/colonna-giustizia-e-liberta/" target="_blank"&gt;&#xD;
      
           Colonna “Giustizia e Libertà”
          &#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           ).
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Le forze della Brigata (predisposte secondo precisi obiettivi e compiti) sono così articolate: primo battaglione comandato da Giuliano Ratti, secondo battaglione comandato da Gino Paita, terzo battaglione comandato da Aldo Bucchioni, quarto battaglione comandato da Blandino Blandini, compagnia di riserva comandata da Beppe Coselli. C’è anche un posto di distribuzione munizioni, un posto di medicazione, un posto di distribuzione viveri e il posto Comando brigata.
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Con questa azione finale di strategica importanza la ormai “Brigata Val di Vara” occupa la fortezza della Brunella e assicura la liberazione di Aulla (MS), su cui discende alle 22 del 23 aprile 1945, catturando numerosi prigionieri consegnati da Daniele Bucchioni al capitano che comanda le avanguardie alleate. Nel pomeriggio dello stesso giorno la Brigata ripiega su Piana Battolla dove è attesa dal comandante della Colonna, ormai Divisione G.L., Stefano Colombo “Carli” che abbraccia commosso Bucchioni e gli altri ufficiali della Brigata.
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      &lt;br/&gt;&#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      &lt;br/&gt;&#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <enclosure url="https://irp.cdn-website.com/81f90613/dms3rep/multi/AA0CFC20-39BF-4EA1-ACCF-D507C2F0C6EC-eb8f5d19.jpeg" length="89275" type="image/jpeg" />
      <pubDate>Sun, 30 Apr 2023 21:54:59 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>ZIGNAGO</title>
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      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
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&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  &lt;h3&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           La storia. l toponimo Zignago deriverebbe[4] molto probabilmente dal termine dialettale Zignègu, cioè abitante vicino all’acqua.
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/h3&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Il territorio, chiamato originariamente con il toponimo Cornia[4], fu zona di confine tra i Longobardi e i Bizantini. Divenuto possedimento feudale dei signori di Vezzano, i quali edificheranno a Zignago un castello, venne in seguito ceduto al comune di Pontremoli; fu quindi proprietà della famiglia nobiliare dei Fieschi di Lavagna.
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Nel 1273 entrò a far parte dei territori della Repubblica di Genova, in netto anticipo rispetto ad altri territori della val di Vara, sottraendolo al dominio della famiglia Malaspina, già signori della Lunigiana e di altri borghi dello spezzino. A metà del XVI secolo la repubblica genovese la elevò al titolo di podesteria con la nomina da Genova di un apposito magistrato.
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Così come gli altri paesi sotto il dominio genovese seguì le sorti e le vicende storiche di Genova quali l’invasione austriaca nel 1747 e quella francese di Napoleone Bonaparte nel 1797.
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Con la dominazione francese rientrò dal 2 dicembre nel Dipartimento del Vara, con capoluogo Levanto, all’interno della Repubblica Ligure. Dal 28 aprile del 1798 con i nuovi ordinamenti francesi, il territorio di Zignago rientrò nel III cantone, come capoluogo (Pieve di Zignago), della Giurisdizione di Mesco e dal 1803 centro principale del IV cantone di Godano nella Giurisdizione del Golfo di Venere. Annesso al Primo Impero francese, dal 13 giugno 1805 al 1814 venne inserito nel Dipartimento degli Appennini.
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Nel 1815 fu inglobato nella provincia di Levante del Regno di Sardegna, così come stabilì il Congresso di Vienna del 1814, e successivamente nel Regno d’Italia dal 1861. Dal 1859 al 1927 il territorio fu compreso nel IV mandamento di Godano del circondario di Levante facente parte della provincia di Genova prima e, con l’istituzione nel 1923, della provincia della Spezia poi.
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Al 1956 risalgono gli ultimi aggiustamenti al territorio comunale con il distacco della frazione di Bozzolo e il suo accorpamento nel territorio di Brugnato.
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Dal 1973 al 31 dicembre 2008 ha fatto parte della Comunità montana dell’Alta Val di Vara e con le nuove disposizioni della Legge Regionale n° 24 del 4 luglio 2008[6], in vigore dal 1º gennaio 2009, ha fatto parte della Comunità montana Val di Vara, quest’ultima soppressa con la Legge Regionale n° 23 del 29 dicembre 2010 e in vigore dal 1º maggio 20.
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      &lt;br/&gt;&#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
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      <pubDate>Tue, 04 Apr 2023 20:18:41 GMT</pubDate>
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      </media:content>
    </item>
    <item>
      <title>Il miele di Calice al Cornoviglio</title>
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      <description />
      <content:encoded>&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  &lt;h3&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Un territorio e la sua dolcezza.
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/h3&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Il legame del miele con il territorio di Calice e la cultura per questo prodotto risale a molti anni fa, già nella prima metà dell’ottocento esistono testimonianze che c
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
    
          i permettono di affermare che esistevano contadini che integravano con questa attività se pur marginale e senza conoscenze approfondite il loro reddito, spesso recuperavano dai tronchi di alberi il miele con metodi rudimentali, nella maggior parte dei casi le api non sopravvivevano altre volte venivano appositamente soppresse per facilitare il recupero. La prima evoluzione si è avuta nella sconda metà dell’ottocento, quando andò diffondendosi la tecnica dell’allevamento con l’utilizzo dei bugni rustici, una porzione di albero della lunghezza di 80-90 cm e del diametro di circa 30- 40 cm veniva completamente svuotata, all’interno si collocavano due bastoncini solitamente incrociati per facilitare la costruzione dei favi. Il tronco veniva poggiato su un piano in legno o in pietra in modo che rimanesse stabile in posizione verticale, l’apertura in alto veniva chiusa con una lastra per proteggere le api dalle intemperie, nella parte bassa o in quella centrale veniva praticata un’apertura di qualche centimetro per permettere l’ingresso alle api. Solitamente questi bugni venivano popolati raccogliendo sciami naturali che facilmente in primavera si poggiavano fuoriusciti da cavità di alberi, anfratti o anche da altri bugni sulle piante vicine. Questa tecnica nonostante fosse da considerare una prima forma di allevamento aveva moltissimi limiti, il principale era quello che purtroppo si praticava l’apicidio al momento della raccolta del miele. Nei primi anni del 1900 l’uso del bugno rustico nel territorio Calicese era molto diffuso tanto che quasi ogni famiglia ne possedeva alcuni, producendo miele per soddisfare le proprie necessità. Ricorda Montanari Lino che quando era bambino, suo padre Umberto possedeva almeno una ventina di famiglie, nel mese di ottobre si effettuava la raccolta del miele, mediante una apposita sgorbia a manico lungo, (attrezzo conservato all’interno del Museo) costruita in loco, si procedeva al distacco dei favi contenenti il miele dall’interno dei bugni, il tutto veniva stoccato in contenitori di legno adatti per il trasporto su animali (nella forma dialettale Calicese sono chiamati soghi). Guerrieri Roberto di professione mulattiere si occupava di raccogliere questi contenitori da vari produttori e di conferirli nel Pontremolese dove il miele era venduto, l’appuntamento si ripeteva ogni anno ed erano necessari più viaggi per poter conferire tutta la produzione. Tra gli apicoltori più importanti del periodo ricordiamo Umberto Montanari e Guerrieri Antonio a Villagrossa, Saccomani Costante a Debeduse, Rapallini Vittorio loc. Borasco, Paita Dante e Andreoni Natale a Santa Maria, Andreoni Narciso loc. Campi.
          &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Nei decenni successivi andò affermandosi un tipo di allevamento sempre più razionale con l’introduzione dei favi mobili montati su telaietti in legno che permettevano il controllo delle api e l’estrazione del miele preservando la famiglia, sebbene non si trattasse ancora di arnia razionale si poteva già parlare di un allevamento evoluto, il limite era legato al fatto che diversi apicoltori costruivano delle casse in legno con telai mobili, ma che spesso avevano forme e misure diverse limitando la possibilità di interscambio. In queste casse si iniziarono a trasferire i bugni rustici mediante una tecnica particolare che a quanto pare è fu ideata, realizzata e utilizzata proprio nella nostra zona, si trattava di posizionare al posto della piastra superiore una tavola in legno con un’apertura circolare del diametro del tronco in modo da realizzare una tenuta sufficiente da evitare la fuoriuscita delle api, su questo piano veniva appoggiata la cassa contenente i telai su cui erano state fissate (quando erano disponibili ) piccole striscioline di cera, per indirizzare le api a costruire in quella zona. A questo punto irrorando dal basso (solitamente dall’apertura che le api utilizzavano come ingresso) abbondanti quantità di fumo, si costringeva le api risalire verso l’alto e ad andare ad occupare la nuova dimora. Completato il trasferimento, il bugno rustico veniva tolto e la nuova cassa veniva collocata al suo posto.
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
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      <pubDate>Fri, 31 Mar 2023 18:55:17 GMT</pubDate>
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      </media:content>
    </item>
    <item>
      <title>Il Borgo di Tivegna</title>
      <link>https://www.varatravel.it/il-borgo-di-tivegna</link>
      <description />
      <content:encoded>&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  &lt;h3&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Una storia millenaria che ancora si respira nel piccolo borgo del comune di Follo
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/h3&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://irp.cdn-website.com/81f90613/dms3rep/multi/tivegna+22.jpg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Il borgo collinare più antico del comune di Follo, gode di un’ ampia vista panoramica sulla piana di Ceparana e sulla valle Usurana. Nel paese (270 abitanti) si respira ancora una atmosfera antica: portali di viva pietra, terrazze scolpite nel compatto agglomerato delle case. Da Tivegna la strada prosegue per Sorbolo e Ròssoli e Bastremoli e, scendendo, fino a Piè di Costa e Piana Battolla.
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;h3&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           La storia.
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/h3&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Il primo documento storico in cui viene citata Tivegna risale al 19 maggio 963: è il diploma – riportato nel codice Pelavicino – con il quale l’imperatore Ottone I riconosce al vescovo di Luni Adalberto i diritti sulla “Curtis di Tivenia” (la corte era un tassello della struttura feudataria con case, campi e boschi). Il fatto che fosse nominata con rilievo nel citato atto imperiale pone la sua nascita molto più indietro nei secoli, anche se non esistono documenti che possano collocare con precisione il suo “compleanno”. Secondo alcuni studiosi del ‘900 anche il toponimo Tivegna starebbe ad indicare una sua origine etrusca TIV (luna) + ENA. A sostegno di questa tesi la differenza del nome rispetto ai toponimi di origine romana terminanti in ANO – ANA (Vezzano, Madrignano, Valeriano, Sarzana), e a quelli di origine ligure – apuana terminanti in ASCO – ASCA (Valdurasca, Barbarasco, Marinasco). 
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Così rimane almeno fino al 1252 (o 1254), quando il pontefice Innocenzo IV ottenne che i castelli di Castiglione, Tivegna e Braccelli e il bosco di Padivarma venissero concessi in feudo al nipote Nicolò Fieschi. Anche in queste terre si verificò l’ avvicendamento di feudatari diversi, la breve soggezione a Castruccio Castracani, ai Visconti, agli Sforza, ai Francesi e finalmente alla Repubblica di Genova, con la quale rimase legata fino all’unità d’Italia. Al tempo della Repubblica Ligure Tivegna fu sede capoluogo di uno degli otto cantoni in cui era divisa la Giurisdizione del Golfo di Venere, confermando l’ importanza sempre attribuita al Castello e alla Podesteria. Divenne anche sede comunale.
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Tivegna ha una notevole importanza nel 1400 quando si dota di propri statuti, oggi conservati presso l’ archivio storico di Sarzana. Il paese ebbe sempre tradizioni legislative: nell’Aia della Corte si teneva un parlamento e si legiferava per tutte le comunità vicine, firmando atti pubblici all’ombra di un antico leccio. 
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           La notizia più antica della chiesa di San Lorenzo martire risale al 1228 (o 1229). La prima citazione di essa si trova infatti nel codice Pelavicino che racconta come il23 marzo 1228 sia stata sede della firma di un atto. Nel 1296/97 è citata tra le cappelle dipendenti dalla chiesa di Sant’ Andrea di Montedivalli. La chiesa ospita un’importante dipinto del 1665 attribuito al Cassoni, del sec. XVII, un bassorilievo finemente cesellato e un olio su tela con S. Michele della scuola di Fiasella, sec. XVII, un mirabile coro ligneo restaurato, oltre alla statua e al quadro della Madonna della Salute, venerata in paese.
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;h3&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           L’antico borgo.
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/h3&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Tivegna fu borgo fortificato con il castello, la torre, la casa del castellano (casa Carletti), le mura e la chiesa. Il castello(Castrum) viene più volte citato nel codice Pelavicino; l’ultima citazione risale ad un documento del 1252 quando due componenti della famiglia Aldoberti di Pontremoli sono nominati dal Vescovo di Luni e si impegnano a difendere il “castrum Tiveniae”. Non risulta nulla sulla sua distruzione. Le mura circondavano il paese ed erano interrotte da due porte – ancora visibilmente delineate – ai lati del paese: Porta Vecchia sull’angolo destro della piazza di entrata e Porta Nuova nella parte bassa. Restano quindi le terminologie inerenti a un borgo fortificato: castello, Aia della Corte, Borgo, Rovellino (da “rivellino” costruzione che costituiva la prima difesa mobile o fissa dell castello) e resta, come si diceva, la struttura medioevale del paese con le sue case arroccate, le volte, gli stretti camminamenti.  Nel borgo troviamo quindi l’ antico Oratorio della Madonna del Carmine, l’ antica Chiesina di Piè di Foce (celebrazione della Madonna della Neve, il 5 agosto), la Chiesa del Palazzo, recentemente ristrutturata e dedicata alla Madonna, la Chiesuola della Madonna dell’ Orto (celebraz. il 2 luglio). C’è anche una chiesa leggendaria, la Chiesa delle streghe, che si racconta costruita dalle stesse in una sola notte, in vetta al colle di roccia rossa a strapiombo sulla valle. Una leggenda che richiama quella del Solco del diavolo, impresso nella roccia dopo un incontro – scontro tra un parroco e il diavolo in forma di giovane donna. Notevoli il casale medievale del “Palazzo”e l’antico Oratorio del Carmelo.
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <enclosure url="https://irp.cdn-website.com/81f90613/dms3rep/multi/Tivegna+7.jpg" length="120093" type="image/jpeg" />
      <pubDate>Thu, 30 Mar 2023 11:18:20 GMT</pubDate>
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        <media:description>main image</media:description>
      </media:content>
    </item>
    <item>
      <title>Val di Vara, il gusto che non ti aspetti</title>
      <link>https://www.varatravel.it/val-di-vara-il-gusto-che-non-ti-aspetti</link>
      <description />
      <content:encoded>&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  &lt;h3&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Liguria wine magazine 16 Novembre 20
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
    
          17
         &#xD;
  &lt;/h3&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Umida, piovosa, fresca, boscosa, selvaggia la Val di Vara è oggi famosa per i suoi ortaggi, i legumi e i frutti bio, così come per i formaggi e i salumi tipici e genuini. Quasi sconosciuta, invece, la sua tradizione enologia soprattutto nell’Alta Valle. Tuttavia dal Medioevo e fino a un secolo fa molti terreni venivano destinati alla coltivazione della vite, in particolare Seraxina o Buttigiasca (due cultivar locali che alcuni considerano come unica), da cui si produceva un vino rosso di colore poco intenso, quasi rosato. Anche la cultivar Polera, altro vitigno antico di queste valli, aveva le stesse caratteristiche pertanto, per dare colore, durante la vinificazione venivano aggiunte uve ricche di antociani (dette teinturier o, alla ligure, “tinturin”) coltivate al centro del vigneto. Famosi e premiati (all’Esposizione Internazionale di Dublino del 1865) furono per esempio i vini della famiglia Gabaldoni, originaria della Spagna, che nella sua Tenuta Cavalla Nuova, a Varese Ligure, produceva e imbottigliava vino poi venduto in tutto il mondo.
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           A partire dalla metà del secolo scorso, tuttavia, la maggior parte dei vigneti della Val di Vara cominciò a essere abbandonata a causa dell’esodo di molte persone che rinunciarono alla vita rurale e all’agricoltura in favore della pianura e del lavoro nelle industrie. Non tutto venne perduto però e dai primi anni del 2000 alcuni piccoli e coraggiosi produttori, non più spaventati dalla distanza tra luogo di produzione e luogo di distribuzione, cioè la costa, hanno recuperato parte dei terreni ripristinando alcune antiche viti delle varietà Pollera, Albarolo, Vermentino e Ciliegiolo aggiungendone di nuove e internazionali come uve Merlot, Syrah, Sauvignon blanc e Cabernet sauvignon. Questi vigneti, seppur non autoctoni, si sono ambientati perfettamente nel territorio della Val di Vara perché gli sbalzi termici tra il giorno e la notte consentono ai grappoli di maturare bene, talvolta precocemente, dando così vini particolari e profumi interessanti.
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Il primo a imbottigliare e commercializzare il “nuovo” vino dell’Alta Val di Vara è stato Ivano Luigi De Nevi che alla fine degli anni Novanta ha aperto una piccola ma dinamica azienda agricola chiamata “
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
    &lt;a href="https://www.liguriawinemagazine.it/produttori/produttori-la-spezia/#cornice" target="_blank"&gt;&#xD;
      
           Cornice
          &#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           “, nel borgo di Sesta Godano (SP), con 2 ettari di terreno coltivati a vigneto. Ivano produce due tipi di rosso e un bianco (più un rosato con uve coltivate su altri terreni a Levanto) di ottima qualità nati dalla combinazione di diverse cultivar. Il Plein, fiore all’occhiello dell’azienda è un blend costituito da un 50% di uve Merlot e un 40% di Syrah con una piccola percentuale di Ciliegiolo (10%), piante coltivate su terreni sabbiosi. Il vino rosso che ne deriva è morbido e si può gustare sia con piatti a base di carne che di pesce. L’altro rosso dell’azienda, l’Imara, è invece adatto alle carni rosse e a un gusto più deciso e tannico. Come il precedente ha una gradazione di 13° ma nella sua composizione c’è una predominanza di Merlot (60%) con un 30% di Cabernet Sauvignon e un 10% di Pollera. I vigneti da cui si produce questo rosso crescono su terreni argillosi, vicino a Zignago, a una quota di 500 m sul livello del mare. Il bianco “I Piani”, infine, è composto da una miscela di uve Sauvignon e Albarola, tipico delle Cinque Terre, più una piccola percentuale di Vermentino ed è un vino fruttato, piacevolmente strutturato che si accompagna benissimo a qualsiasi piatto di pesce.
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Un’altra piccola e fruttuosa realtà enologica dell’Alta Val di Vara è l’azienda agricola 
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
    &lt;a href="https://www.liguriawinemagazine.it/produttori/produttori-la-spezia/#calcinara" target="_blank"&gt;&#xD;
      
           Calcinara
          &#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           , di nuovo a Sesta Godano, terra di cavalli e di attività all’aria aperta, dove Daniele Taddei e la moglie Antonella Manfredi producono dal 2005 due vini rossi, un bianco e un rosato molto particolari. I terreni dove oggi l’azienda coltiva diverse varietà di uve sono ottimamente esposti e appartenevano alla madre di Daniele ai tempi della sua infanzia. Recuperati dallo stato di degrado in cui si trovavano i vigneti sono tornati all’antico splendore permettendo di produrre vini interessanti. Il bianco abbastanza corposo e piacevole, nasce dall’unione di uve autoctone di Albarola e Vermentino con una parte di Sauvignon blanc che dà aromaticità al vino compensando l’acidità dell’Albarola.
           &#xD;
      &lt;br/&gt;&#xD;
      
           I due rossi, invece, il Calcinara e il Re de Peiu, sono differenti sia per coltivar di uve utilizzate che per caratteristiche. Il primo, etichetta blu, viene prodotto solo in annate speciali in cui i grappoli maturano al meglio potendo garantire un vino corposo con antociani e polifenoli importanti. Per realizzarlo vengono vinificate insieme uve Polera, Syrah e Cabernet. Per il Re de Peiu, invece, a queste varietà viene aggiunta anche una percentuale di Merlot. L’ultimo prodotto enologico dell’azienda è il rosato Re de Peiu, molto amato dai turisti, in particolare francesi. Viene prodotto come il bianco, con fermentazione a freddo, ma il liquido di spremitura resta più a lungo a contatto con le bucce acquisendo il classico colore rosato.
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      &lt;br/&gt;&#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <enclosure url="https://irp.cdn-website.com/md/pexels/dms3rep/multi/pexels-photo-3840335.jpeg" length="365282" type="image/jpeg" />
      <pubDate>Wed, 29 Mar 2023 21:33:48 GMT</pubDate>
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      </media:content>
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        <media:description>main image</media:description>
      </media:content>
    </item>
    <item>
      <title>2 APRILE TRIORA IL PAESE DELLE STREGHE</title>
      <link>https://www.varatravel.it/triora-il-paese-delle-streghe-2-aprile-con-vara-travel</link>
      <description />
      <content:encoded>&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  &lt;h3&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Insieme nel Ponente Ligure
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/h3&gt;&#xD;
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           Triora, il paese delle streghe
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           Un borgo antico immerso nella Valle Argentina dove ogni angolo racconta antiche leggende
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           Profuma di pane buono e di storie antiche, questo borgo immerso nella verdissima Valle Argentina, a solo mezz’ora di automobile da Arma di Taggia. A Triora ogni angolo vi può raccontare storie di strie e di basue, di streghe e magie. Alcune donne di Triora nel 1588 furono vittime di uno dei più sanguinosi processi per stregoneria in Liguria. Tutto è rimasto documentato negli atti che sono in mostra nel piccolo Museo Etnografico e della Stregoneria, all’inizio del paese.
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           Merita una visita anche la Cabotina, una piccola costruzione dove la leggenda narra che si riunissero le streghe. Visitare questo antico borgo è un vero piacere anche per la gola. Tra i prodotti tipici è da gustare il pane di Triora: scuro e casareccio, preparato con farina e crusca, fa parte dell’associazione dei 37 Pani d’Italia. È delizioso spalmato con un antico formaggio d’alpeggio: il bruss o bruzzo, ricotta fermentata con erbe e spezie dal sapore leggermente piccante.
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           Passeggiare per il borgo lungo i carruggi, sotto volte e archi scavati nella roccia, negli antri scuri di case diroccate, è come tornare indietro nel tempo. Ogni angolo mostra i segni del passato Un luogo dove perdersi con il naso all’insù per osservare tutta la sua bellezza architettonica. I portali d’ardesia, infatti, sono un’altra meraviglia di Triora: da quello gotico (sec. XII) della Collegiata, a quelli dei palazzi nobili, con i simboli delle casate scalpellati via nel periodo post-rivoluzionario francese, con le architravi scolpite, i marmi abrasi, i bassorilievi su pietra nera o ardesia, e sculture affascinanti.
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      <pubDate>Fri, 17 Mar 2023 20:32:20 GMT</pubDate>
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